Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’ – Tadayoshi Yamamuro

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TITOLO ORIGINALE: Doragon Bōru Zetto: Fukkatsu no Efu

ANNO: 2015

GENERE: Animazione

DURATA: 93 min

REGISTA: Tadayoshi Yamamuro

SOGGETTO: Akira Toriyama

PAESE DI PRODUZIONE: Giappone

VOTO: 3.5/10

Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’ o “Dateci i vostri soldi che le nigeriane hanno alzato i prezzi sennò non possiamo andarci”

Perché? Perché mi hanno fatto questo? Perché hanno fatto questo a Dragon Ball? Perché? Sono entrato in quella stramaledetta sala con le migliori aspettative, galvanizzato dai tre precedenti prodotti dello stesso brand (Dragon Ball: Episode of Bardock, Dragon Ball: Ossu! Kaette kita Son Goku to nakama-tachi!!, Dragon Ball Z: La battaglia degli dei); ne sono uscito schifato, deluso e anche incazzato. Sommando le imperfezioni a livello di animazione e trama a “americanismi”, scene assurde a personaggi ridicoli e altri ridicolizzati, come poteva non uscire tale aborto? E non c’è nemmeno da discutere, perché questo è stato oggettivamente un disastro e gli unici che possono essere usciti soddisfatti dal cinema sono i bambini, giustificati dal fatto di non conoscere adeguatamente l’intero brand di DB, e gli inetti che si eccitano anche solo a vedere cazzottini rachitici e power up ingiustificati e non necessari che non stanno né in cielo né in terra.
Questa storia infatti, oltre ad essere banale (F. viene resuscitato, si allena per vendicarsi ma invece le prende e muore), presenta troppe incongruenze con quella canonica tanto che ad una certa ho smesso anche di lamentarmene durante la proiezione. Carina l’idea dell’inferno personale di Freezer, ma perché mettercelo in versione Mecha? Nell’aldilà il corpo del defunto non dovrebbe essere quello originale? Poi potrebbero spiegarmi da dove diavolo salta fuori la sorella di Bulma o come mai questa non sappia come sia fatto F o come Vegeta sia riuscito a raggiungere la forma God.

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E’ ridicolo il combattimento tra i “guerrieri” Z e i mercenari di F; la squadra dei buoni è composta da Piccolo, Crilin, Gohan, Tenshinhan e RULLO DI TAMBURI il Maestro Muten che non solo sostituisce Yamcha e Chaozu perché considerati troppo scarsi per combattere, ma riesce persino a tenere testa al nemico quando nella storia canonica non può competere neppure con il Grande Mago Piccolo. Va bene che gasa un botto vedere il Maestro di Goku che picchia come un fabbro ferraio, però così è imbarazzante; non nego che attendevo da tempo di vedere la rivalsa del vecchietto magari con un prequel, ma non così.

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Per non parlare di Goahn che con la scusa poco funzionante del non aver più combattuto, perde i poteri ottenuti con l’addestramento di Kaiohshin il Somma e riesce a trasformarsi in Super Sayan. Ma questo non bastava a quei pazzi della Toei, no! Hanno pure avuto il coraggio di far essere in difficoltà un Super Sayan contro pedine che nella serie Z un semplice Vegeta Scouter abbatteva con un rutto! Ma il delirio continua: contro questi figuri dalle dubbie capacità combatte pure il Maestro Muten che così ci appare al livello di Gohan e senza considerare che in realtà questi scarsoni sarebbero dovuti riuscire a eliminarlo con estrema facilità.
Passiamo al nostro Piccolo verde. Vi ricordate Zarbon? Nettamente inferiore anche solo a Freezer in forma base. E vi ricordate che Piccolo, dopo l’unione con Nail, riesce a gonfiare Freezer Seconda Trasformazione? Bene! Nel film il nostro ometto verde si scontra contro uno tutto rosso e con le corna (Shisami), che a inizio film viene detto essere al livello di Zarbon. E indovinate un po’: verdognolo e rossetto sono allo stesso livello e c’è bisogno di Gohan per chiudere l’incontro… io boh.

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Poi c’è Jaco, un alieno basso e mingherlino che fa parte della polizia galattica e che va sulla Terra per avvertire gli amichetti di Goku dell’imminente arrivo di Freezer.
Oltre al design tirato là, alla caratterizzazione alquanto fastidiosa, all’inutilità del suo inserimento nella trama, ti spinge a volergli tirare una mattonata anche il suo stile di combattimento ridicolo: si muove come ballasse e dopo aver sparato roteando ai cattivoni che lo accerchiavano, lo rimangono immobili, lui si alza e fa un balletto con le mani a mo’ di pistola, loro cadono a terra doloranti. Mi viene da piangere.

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Per non parlare di esclamazioni in inglese come: IES O TENCS… ma siamo diventati pazzi? Pensavano di rendere fico o simpatico il personaggio in quella scena risvegliando il ghetto che in lui e facendolo parlare ‘MMERICANO?
Ah già, il motivo per cui F in pochi mesi riesce a diventare forte quando un un SSj God trasformato in SSj di primo livello: “Eh ma vedi che io prima non andavo in palestra, ero forte perché sì quindi se io ora cominciassi a sollevare pesi riuscirei a n-uplicare la mia forza” AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH
Credo siano finiti qui i difett… ah no, giusto! La cosa migliore! In pratica F fa tanto il fico ma alla fine le prende lo stesso e quando Goku sta ormai per vincere si attiva il piano B del villain: Sorbett(o), che sarebbe quello che ha riportato in vita F e in lingua inglese ha la voce di Fantozzi, spara laser con una pistol.. anello al nostro eroe in forma SSj God trasformato in SSj 1.

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E cosa vuoi che gli faccia? Da bambino Bulma gli ha sparato in testa e non si è fatto nulla; per non parlare di tutti i colpi energetici che ha incassato e da cui non ha ricevuto danni.
E invece gli fa eccome: gli trapano il corpicino e lui è lì lì per crepare.
AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH
AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAH

Alla fine Vegeta prende in mano la situazione e gonfia ma temporeggia a far trapassare F, che ne approfitta per compromettere il nucleo della Terra con un colpo energetico e tutti saltano in aria; compreso Vegeta. Si salvano solo pochi tra cui Lord Bills, Whis, Goku che si è ripreso con un Senzu e qualcun’altro. Ma Whis, che aveva già rivelato di poter riavvolgere il tempo (non tornare indietro come Trunks con la navicella), riporta tutto a quando ancora F non aveva sferrato il colpo ma senza alterare la coscienza a chi era sopravvissuto… LOGICO! Quindi Goku può intervenire prima della catastrofe e ruba la kill a Vegeta che anche questa volta è stato utile come un cappotto di legno dentro un incendio. E pensare che Wish allenando Goku lo aveva criticato perché troppo rilassato; infatti ha giocherellato con F causando la morte di tutti, così Goku capisce cosa intendesse. Ma no, il maestro riavvolge tutto e quindi come non fosse successo nulla.

La grafica è migliorata, ci mancherebbe. Ma le animazioni è palese le abbiano fatte fare a dei bambini cinesi sfruttati: in più scene non sono riusciti a dare l’impressione che i due pugni si toccassero o che il colpo e chi lo subiva stessero sulla stesso piano. D’altronde tutti sarebbero comunque andati a vedere questa pellicola, quindi perché investirci comunque tanti soldi?
Ottima la nuova voce italiana scelta per F, quella di Loris Loddi.
Mi è piaciuto anche il fatto che F sapesse da Re Cold dell’esistenza di Majin Boo, Bills e altri pericolosi individui sconfitti dai Guerrieri Z.

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In definitiva questo film ha fatto troppo schifo ed è stata una brutta delusione, il prossimo me lo vedo piratato.

-IlGeco-

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United States of Tara – Steven Spielberg & Diablo Cody

1. N. Stagioni: 3 (36 episodi)

2. Genere: commedia, drammatico

3. Durata Episodi: 30 m

4. Voto: 8/10

United States of Tara è uno di quei telefilm sottovalutati solo perché di nicchia. Anche io a primo impatto non sono rimasta colpita e ha impiegato un po’ a farsi apprezzare, ma alla fine mi ha lasciato piacevolmente soddisfatta. La serie è ideata niente di meno che da Steven Spielberg e Diablo Cody (la sceneggiatrice di Juno, di cui abbiamo già fatto la recensione); grazie a lei infatti il telefilm ha quella piacevole sensazione di un mondo al femminile e un linguaggio senza peli sulla lingua.
Il telefilm parla di una tipica famiglia americana ad eccezione della madre, Tara, che è affetta da un disturbo dissociativo dell’identità: ha cambi di personalità multipli. Detta così sembra una cafonata, invece è un lenta e chiara denuncia a questo problema che permea interamente la serie mettendo così in risalto anche come persone normali fatichino non solo a crearsi una nuova personalità per ogni situazione, tipo di relazione o ambiente, ma anche a recitare tale parte. A chiarire questo concetto ci viene in aiuto la parola “persona” che è un composto di “per sonat”, dal latino: suona attraverso; ma attraverso cosa risuona la voce di ogni individuo? Attraverso la maschera che egli indossa, non esiste individuo senza maschera, ognuno recita perennemente una parte.

GLI ALTER EGO di TARA:

Nei panni della protagonista troviamo un bravissima Toni Colette che interpreta otto ruoli differenti, uno per ogni personalità di Tara:
Il primo ruolo è se stessa: Tara Gregson, la tipica mamma che si impegna, si arrabbia, che cerca di essere onnipresente per i propri figli ma che, come tutte le mamme, è imperfetta; cerca di tenere in piedi un matrimonio, forse l’unica cosa perfetta della sua vita e che lentamente va a pezzi a causa del suo disturbo.
Il secondo ruolo è quello della personalità che accompagna Tara da tutta la vita: T., una ragazza adolescente che fa casino, beve, si veste “alla moda” , fa sesso con il primo che capita e soprattutto cerca di rovinare il rapporto di Tara con il marito. La prima cosa eccezionale del telefilm è che T., nonostante sia la madre, è anche la migliore amica della figlia proprio perché caratterialmente sono simili, e qui ritorna proprio quello che vi dicevo: grazie a questa sua personalità riesce dove fallisce “l’originale”. Tutte le mamme provano a familiarizzare con le proprie figlie ma ben poche riescono ad avvicinarsi, un po’ per colpa loro un po’ per colpa nostra (in quanto figli), perché vediamo nostra madre come un essere alieno che non potrà mai capire il nostro mondo. Il vantaggio di T. sta proprio in questo: capire i tempi moderni, le esigenze di chi è più “casinaro” senza mai essere bacchettona; e perciò riesce ad avere un eccezionale rapporto con la figlia, proprio come una migliore amica.

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Il terza ruolo è quello della personalità è Buck, un veterano della guerra in Vietnam che beve, fuma, vede video porno e ha una fidanzata. Buck è anche l’unica delle personalità con cui il marito di Tara può parlare e confidarsi, proprio perché è la proiezione del lato maschile della moglie. Quindi almeno in questo caso Tara riesce a far sentire a proprio agio il marito facendolo confidare con “un vero uomo”.

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Il quarto ruolo è quello di Alice, una delle personalità più recenti: moglie perfetta anni ’50, che fa dolci a colazione, pulisce la casa e dispensa morali di vita alla famiglia. Qui invece che essere la migliore amica di qualcuno, è una delle personalità più odiate dalla famiglia perché essendo la sua forma mentis in forte contrapposizione con la morale moderna, non riesce a entrare in sintonia con nessuno.

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Il quinto e il sesto sono ruoli di personalità minori che prendono il sopravvento quando Tara è incazzata e quando è spaventata: la prima è Gimmi, il lato “primordiale” e “animalesco” di Tara, caratterizzato da un impermeabile rosso e dall’urinare sopra le persone che odia mentre dormono; la seconda è Pulcino, il lato “bambinesco” che corrisponde a Tara all’età di cinque anni.
Il settimo ruolo è quello di Shoshana Schoenbaum, la parte più analitica di Tara; tramite essa crede di essere una psicologa famosa a livello mondiale (compare verso la seconda stagione).

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Infine, come ottavo ruolo, c’è Bryce, che segnerà anche la fine della terza stagione e incarna il fratellastro di Tara, dal quale la donna subì gravi abusi nell’infanzia; è un quattordicenne ribelle, alquanto irritante e che si crede ‘stoca**o. Passati nemmeno venti secondi dalla sua prima apparizione già vorrete accoltellarlo.

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Naturalmente Tara sa delle altre personalità, e le altre sanno di Tara; a volte dialogheranno anche tra loro… naturalmente nella mente della protagonista.

I PERSONAGGI:

Oltre alle varie personalità di Tara, a starle sempre accanto c’è la sorella Charmaine (Rosemarie DeWitt), che inizialmente non crede al suo disturbo e quindi interpreta un po’ i pensieri del pubblico, che a causa dell’atmosfera un po’ surreale potrebbero giustamente dubitare di tale disturbo.
Ed è, a parer mio, un personaggio grandioso, spesso ironico, e assolutamente necessario poiché dà voce a tutte quelle domande, scontate e non, che ci facciamo mentre guardiamo il telefilm puntata dopo puntata. Insieme al marito Neil costituisce la arte ironica della serie, cosa non da poco considerando il tema trattato.

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Max (John Corbett) invece è il marito. Perfetto, che non si arrabbia quasi mai ma comunque mai eccessivamente, che difende la propria moglie, che non dà spago a T., che aiuta in cucina Alice, che beve una birra con Buck e accetta che lui abbia una fidanzata, e che soprattutto crede a Tara e al suo disturbo. Solo nel finale sbrocca di brutto, non contro la moglie, ma in maniera ironica.

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Due personaggi fondamentali e che arricchiscono il telefilm sono i figli. Marshall, interpretato da Keir Gilchrist, è il figlio minore dichiaratamente omosessuale e che molto spesso litiga con Alice, l’alterego di Tara, proprio perché donna anni 50 e che quindi non accetta le “nuove usanze” giovanili.
Infine c’è il mio personaggio preferito: Kate (Brie Larson), sorella maggiore che ha come amica T. . E’ un personaggio importantissimo poiché è l’unica che non accetta la condizione familiare e così cerca di emanciparsi cercando di guadagnare qualche soldo e trovando la sua strada, come del resto è normale e cerchiamo di fare tutti noi.

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Come già detto, questo telefilm può sembrare una buffonata se preso alla leggera; in realtà è un documento su chi soffre di disturbo di personalità. Un suo gran punto di forza è sicuramente l’abilità di recitazione di Toni Colette, eccezionale e bellissima.

SPOILERISSIMI RIOMARE: L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ insoddisfatta è il finale, che non è una vera e propria fine ed è priva di senso poiché quando la protagonista sembra ormai aver risolto i propri problemi ecco che si arrende e decide di farsi ricoverare; ma l’accetto comunque.

Perciò vi consiglio di vederlo senza pregiudizi e soprattutto gustandovi tutti quei piccolissimi particolari che lo rendono unico, cercando di andare avanti senza fermarvi al “ma non è possibile”. Solo così riuscirete a godervelo fino in fondo.

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-TGirl-

Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari

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TITOLO ORIGINALE: Diaz – Don’t Clean Up This Blood

ANNO: 2012

GENERE: Drammatico

DURATA: 127 min

REGISTA: Daniele Vicari

PAESE DI PRODUZIONE: Italia

VOTO: 7.5/10

Diaz è il nome della scuola di Genova resa tristemente celebre a causa della violenta irruzione della polizia avvenuta la sera del 21 luglio 2001, al termine dei lavori della conferenza del G8. La particolarità del film è quella di non avere al centro dei veri e propri protagonisti, quanto una moltitudine di storie. Tutti i personaggi, di etnie, religioni e paesi differenti, ciascuno secondo il proprio ideale, sono ospiti della Scuola Diaz dove nella notte un blitz della polizia ha portato all’arresto di 93 persone e al ferimento di 63. La motivazione ufficiale è quella della ricerca di un nucleo di black block che sarebbe nascosto all’interno dell’istituto, ma l’intento di un’incursione così violenta è piuttosto chiaro: colpirne uno per educarne cento.

Diaz 2 Il film rielabora uno dei momenti più bui della storia recente della nostra Repubblica, nel quale la giustizia non ha fatto il suo compito, venendo questo giorno così soprannominato la più grave violazione dei diritti umani dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per ricostruire quei fatti era doveroso attenersi agli atti processuali e alle testimonianze dei protagonisti e sta proprio in quelsto la bellezza del film: nella sua veridicità, seppure sia cruda e a volta nauseante tanto da costringerti a distogliere lo sguardo per cercare di non immedesimarsi nei ragazzi brutalmente colpiti. Nell’essere fedele e pragramatico, raccontando per filo e per segno cosa successe quella notte senza prendere una reale posizione.

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Nonostante sia così ben fatto, con un cast eccellente (Santamaria nel ruolo del polizziotto o Elio Germano nel ruolo del giornalista), non ho molto apprezzato la scelta di inserire una storia sentimentale, che si sente forzare molto con il resto del film, e soprattutto mi aspettavo una maggior presa di posizione; comunque ho ampiamente apprezzato i dialoghi in lingua originale, facendolo così diventare un film per tutte le nazioni, come era effettivamente la vicenda. Nonostante il film sia tutt’altro che piacevole alla vista, vedetelo con la consapevolezza che ha come obiettivo quello di raccontare ad un paese che spesso e volentieri dimentica questo evento segnato da una violenza brutale.

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-TGirl-

Juno – Jason Reitman

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TITOLO ORIGINALE: Juno

ANNO: 2007

GENERE: Commedia

DURATA: 92 min

REGISTA: Jason Reitman

SOGGETTO: Racconto di Diablo Cody

PAESE DI PRODUZIONE: USA

VOTO: 8.5/10

Nonostante racconti la storia di una ragazza americana incinta a 16 anni, cafonata che ora va tanto di moda nei programmi che passano in televisione (16 anni incinta, vita segreta di una teenager americana, ecc), il film, piacevole e tutt’altro che scontato, è vicino all’essere una favola grazie alla caratterizzazione dei personaggi; ma è favola anche nel reale, poiché è il prodotto che ha reso celebre la sua sceneggiatrice, Diablo Cody (ideatrice anche di uno dei miei telefilm preferiti: The United States of Tara, che prima o poi recensirò), una trentenne ex-spogliarellista e telefonista di una hot-line. La Diablo è stata scoperta per puro caso da uno dei produttori del film che, incappato tra le pagine del suo blog, è rimasto conquistato dalla scrittura cinica e contemporanea che ha poi condotto la nostra sceneggiatrice esordiente alla vittoria dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. E’ infatti questo tipo di scrittura che conferisce alla ragazzina del film una vitalità ed un’originalità fuori dal comune, capaci di contagiare le persone che le stanno intorno e di conquistare immediatamente il pubblico.

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Il film è una commedia, surreale e leggera e, dei tanti temi affrontati (aborto, divorzio e bullismo scolastico), il regista decide volontariamente di non approfondirne nessuno in particolare per creare una vera commedia in stile Little Miss Sunshine e proprio come in questo tutto è originale: il look stravagante della giovanissima Juno, l’ambientazione briosa e colorata che scandisce il passaggio delle stagioni, la colonna sonora con i brani dei gruppi musicali dei “Belle and Sebastian” e “Moldy Peaches”.

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Juno, interpretata meravigliosamente da Ellen Page, è molto più di un personaggio: è un atteggiamento verso la vita e verso il conformismo e infatti è portata all’attenzione dello spettatore non tanto la gravidanza quanto piuttosto l’atteggiamento assunto da questa giovane che per questo è ben lontana dall’essere un esempio di rettitudine. La nostra protagonista è intenta a vivere la propria crescita e la propria particolare condizione senza seguire i consigli dei genitori né tanto meno la morale che ne deriva; soprattutto alla fine ci si aspetta una “conversione” della ragazza, tipico elemento di molte altre pellicole, ma si rimane piacevolmente sorpresi quando ciò non accade e il film prosegue per la sua strada, molto lontano da un finale scontato. Il film è perciò portatore di un messaggio spontaneo ed autentico, motore della vita stessa, ossia l’importanza delle certezze che ognuno, di qualsiasi età, deve avere nella propria esistenza.

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La frase più bella del film a parere mio, è quella detta dal padre nel finale del film: “un giorno tornerai qui alle tue condizioni” confermandole un qualcosa che lei sa già, rafforzando però questo pensiero che nei giovani non è mai certezza, come del resto nient’altro lo è a quell’età. Ed è proprio questa frase il centro focale del film e nonostante quello della gravidanza adolescenziale sia un tema problematico in America e anche nel resto del mondo, Juno affronta il tutto con semplicità e naturalezza quasi surreali; e così facendo riesce probabilmente a tranquillizzare un’ipotetica spettatrice nelle sue condizioni (ma anche un po’ tutti gli altri giovani di entrambi i sessi), dimostrandole che ciò che sembra pazzesco e inusuale è in realtà naturale e ciclico, perciò non c’è nulla di cui preoccuparsi: è accaduto ieri, accade oggi, accadrà domani; nella più completa naturalità dell’evento. Inoltre il nome Juno non è dato a caso: Juno significa Giunone, dea delle donne e del matrimonio in chiara contrapposizione con la protagonista e le sue scelte.

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-TGirl&IlGeco-

Paura e delirio a Barcellona

In vita mia momentaneamente non ho viaggiato molte volte fuori Italia: Indianapolis (Indiana, USA), Manchester (Inghilterra), Amburgo (Germania), Budapest (Ungheria), Salisburgo (Austria), Lubiana (Slovenia). Tutti bellissimi posti che sono riusciti a farmi capire un po’ meglio la storia e la mentalità dei loro abitanti. Poi, a Gennaio di quest’anno, mi è stato offerto di fare un viaggio; tra le varie proposte Parigi era quella a cui puntavo anche se alla fine è stata scelta come meta Barcellona. Confesso che ero un po’ scettico riguardo a ciò che questa città avrebbe potuto offrirmi; dalla fama che la precedeva pensavo fosse adatta solo per chi puntasse ai bagordi notturni e attività affini, e che non offrisse granché a chi punta a conoscere la città e le usanze piuttosto che i locali e le signorine autoctone. Dire “Acciderbolina, sono rimasto piacevolmente sorpreso” sarebbe brutalmente riduttivo, quindi lo dirò così come mi viene: PORCA PUTTANA CHE FIGATA DI CITTA’! Barcellona è infatti la città che più mi è piaciuta tra quelle che ho visitato. Certo, il fatto che sia riuscito a godermela è dovuto soprattutto alla buona organizzazione, senza la quale con tutta probabilità sarebbe stata un’esperienza inevitabilmente stressante.

Abbiamo viaggiato in cinque, siamo partiti il 27 Febbraio e siamo ripartiti il 3 Marzo (tra esami e lezioni siamo riusciti a sfruttare solo questi giorni). Cinque giorni però non bastano per girare nessuno città, infatti non abbiamo avuto il tempo di visitare vari luoghi; credo che per vedere tutto e con calma ne siano necessari almeno 10. Questo periodo è perfetto poiché a Barcellona il tempo non è brutto, non fa freddo, ci sono pochi turisti quindi riesci a goderti la città e tutto ciò che c’è da vedere senza essere pressato dalla fastidiosa orda di ciccioni sudati che nei periodi estivi invade le capitali europee, ed essendo bassa stagione sia i voli che gli affitti non costano molto. Inoltre, dato che ci sono pochi turisti e quindi nelle strade c’è parecchio spazio tra le varie persone, chi di “mestiere” ruba dagli zaini o dalle tasche è poco attivo in questo periodo… anche se nemmeno mezz’ora dopo essere atterrati, dentro l’autobus ultra affollato che ci ha portati al centro, a uno di noi è stata rubata la custodia degli occhiali da dentro lo zaino xD oltre a questo però non ci sono stati altri casi! Attenzione anche quando comprate nei bar: è capitato che un turista in fila davanti a noi per pagare ha chiesto il prezzo di una bottiglietta d’acqua in inglese e il commesso gli ha chiesto 2 euro; subito dopo è toccato a noi che solo dicendo “botella de agua” abbiamo avuto uno sconto del 50%. Coincidenze? Io non credo!

VIAGGIO

Il tragitto complessivo è stato: Perugia-Fiumicino, Fiumicino-Barcellona, aeroporto-centro (di Barcellona) e poi tutto il contrario. Per i viaggi tra Perugia e Fiumicino abbiamo utilizzato una macchina che va a diesel spendendo complessivamente 40 euro. A Roma abbiamo affidato la macchina ad un’agenzia di parcheggio che per soli 21 euro ha custodito la macchina per quattro notti, ci ha accompagnati in furgone fino al terminal da cui sarebbe partito il volo e al ritorno ci ha riportati sempre con il furgone al parcheggio. Atterrati a Barcellona abbiamo preso l’autobus per raggiungere il centro della città, dove avevamo casa. Il volo, andata e ritorno, con la compagnia Ryanair è costato 90 euro cadauno. Mi ha fatto parecchio innervosire la continua e petulante pubblicità che viene fatta nell’aereo durante il volo, hanno tentato di vendere anche profumi e biglietti della lotteria… io boh.

ALLOGGIO

Convenientissimi sono i prezzi per l’affitto di una casa. Tra le molte offerte adocchiato durante la programmazione del viaggio ce ne erano alcune che offrivano un appartamento con cinque posti letto nella piazza centrale di Barcellona, il tutto tra i 15 e i 20 euro a notte a persona. Alla fine abbiamo optato per un appartamento con cinque posti letto, televisore, lavatrice, a un quarto d’ora a piedi dalla Rambla (la via principale della città, dove è concentrata la vita notturna); tutto a 14,50 euro a notte a persona. Unica pecca è stata la pulizia dell’appartamento: il pavimento era pulito, ma le coperte era piene di acari e polvere. Inoltre Joseph, il tizio che ci ha affittato l’appartamento, sembrava Drugo de “Il grande Lebowski” e mi sono stupito di non averlo trovato la sera stessa che lo abbiamo pagato delirante per strada strafatto di roba che aveva comprato con i nostri soldi, però è una brava persona e anche disponibili; la casa era zavorrata da cartine… di Barcellona, non quelle da rollare, e il nostro Joseph ha avuto la pazienza di spiegarci le vie più brevi e la localizzazione delle maggiori attrazioni. Se avete tempo e voglia azzardate un rapido zapping durante le ore notturne per imbattervi in loschi figuri che leggono le carte, tutti apparentemente con un’aura più potente di quella della nostra Wannona; FANTASTICI!

SPOSTAMENTI

Per spostarci, quando è stato possibile, siamo andati a piedi; anche perché è proprio questo il modo migliore per conoscere e godersi la città. Per gli spostamenti un po’ più impegnativi invece abbiamo utilizzato la metropolitana o l’autobus. Il biglietto è uguale per entrambi e il singolo costa oltre 2 euro… troppo; ma se si compra il multicorsa si risparmia tanto, infatti il biglietto da dieci corse costa meno di 10 euro. Se si ha voglia e disponibilità di spendere c’è la possibilità di prendere un taxi, da cui la città ne è zavorrata.

Parliamo di cose serie:

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Vi do un consiglio, valido per Barcellona come per tutte le altre città del mondo: mangiate fuori casa il più possibile e assaggiate quanti più piatti tipici potete. In questo modo eviterete di dover tornare a casa per pranzo e spezzare così la giornata sprecando molto tempo. Per la colazione ci siamo sbizzarriti a provare ogni mattina un bar differente. Di quattro bar visitati solo uno ci ha delusi, e non poco, sia per cornetti e altre paste che per il caffè. Per pranzare e cenare, a Barcellona ci sono tantissimi locali o bancarelle che propongono cibo tipico e da strada. Vi consiglio di andare al mercato, situato in una parallela della Rambla, dove vendono pesce fresco e fritto, cucina vegetariana, bancarelle di frutta, frullati e yogurt, bancarelle di dolci, cucina orientale. Qui ci abbiamo pranzato due volte: la prima abbiamo assalito la bancarella del vegetariano (nonostante sia carnivoro non sono rimasto per nulla deluso)

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e come dessert abbiamo comprato frutta e frullati; la seconda abbiamo rapinato il tipo che vendeva pesce fritto. Attaccato al mercato è situato il locale svolta della vacanza: il “Wok to walk”; scegliete una pasta di base (spaghetti, riso, nudles, ecc.), e aggiungete condimenti e salse a vostra scelta; cucinano davanti ai vostri occhi utilizzando wok su una fiamma grande piuttosto che su un fornello, ed è bellissimo assistere.

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Assolutamente da provare sono la paella, che si trova a buon prezzo e di buona qualità al ristorante Les Quinze Nits (una paella per due persone costa 8 euro cadauno), un bel locale situato sotto il porticato di una piazza in Barri Gòtic.

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A cena si va a Tapas, che sono crostini o comunque assaggi che mischiano carne, pesce, verdure, salse, spezie e ciascuno solo a 1 euro, 1 EURO… BENVENUTA DISFUNZIONE DEL FEGATO. Se si vuole stare tranquilli si rimane nello stesso locale, se invece avete appena pippato bamba si entra in un locale, si mangiano due o tre tapas, si ordina da bere e si ripete questo per ogni locale che incontrate. Riguardo al cibo trash c’è poco da dire in quanto non ho visto molto. C’era un calippo al chewing gum alla fragola e il solito Magnum allo champagne di colore argento mercurio.

BEVANDE

L’odore del fondo di bottiglia con dentro una sigaretta spenta, l’avete presente? La birra che gli osti e i baldi giovini dell’iberica landa spammano abbestia ha questo sapore e nonostante ciò, come appena detto, tutti la bevono. Un paio di volte ci abbiamo provato a berla, ma nulla. Ha continuato a fare schifo quindi abbiamo ripiegato sulla birra con i cavallini… che poi abbiamo scoperto essere orzata.

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Il prezzo delle birre in generale è abbastanza alto soprattutto se confrontato con quello della sangria, la quale non solo costa pochissimo ma è anche nettamente migliore del veleno che qui in Italia gli studenti universitari trasgry autoproduco per poi vantarsene con gli amichetti hipster alle feste sfascio. Attenzione però all’inculata: ogni bicchiere da 20 cl di sangria costa 2 euro ed eravamo in quattro a bere; la cameriera bastasa e caina (e guarda caso ITALIANA), ci ha proposto, come fosse un consiglio da amica, “Perché non prendete la caraffa da un litro da dividere? Costa 12 euro”, al che noi, fatti due conti (3 euro a testa per 25 cl cadauno), ci è sembrata una proposta onesta e abbiamo acconsentito. La bastarda però si è dimenticata di dirci che la caraffa era per metà riempita con ghiaccio e quindi per 3 euro a testa abbiamo avuto nemmeno 15 cl cadauno. Bastarda! Potete invece immaginare la mastodontica erezione che mi ha provocato El Bosc de les Fades, un pub/foresta che ha come uniche luci lanterne appese ad alberi, i quali fungono da colonne e da tavoli; ci sono angoli scavati nel “legno” che creano luoghi un po’ più appartati. Qui il barista mi stava per accoltellare poiché continuavo a chiedergli in italiano dove fosse il bagno senza ricordarmi di essere Spagna.

asdfghjkl Come bevanda trash vi consiglio il succo di lamponi che abbiamo ingenuamente comprato pensando fosse vodka dato che le bottiglie sono identiche; per fortuna ci siamo accorti della sua natura analcolica (leggendo l’etichetta, mica dal sapore), prima che ci “ubriacassimo” con un succo di frutta.

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LUOGHI DA VISITARE

Giustamente vi starete chiedendo: “cosa cazzo è la Rambla?”. E’ la via principale della città, piena di negozi, ristoranti all’aperto, bancarelle, chioschi, artisti di strada, turisti ciccioni, tassisti che ti chiedono se vuoi usufruire del loro servizio, italiani che ti chiedono se vuoi comprare del “fumo”; questo magnifico stradone sfocia in Plaça de Catalunya dove potrete trovare negozi famosi come l’Hard Rock Cafe e la Desigual. Percorrendo le traverse della Rambla si trovano negozi di dischi e cd, chitarre, oggettistica particolare, vestiti e accessori metal, biciclette; in Plaça de l’Àngel ha sede un bellissimo negozio di numismatica. Per noi persone feticiste del fumetto e di tutto ciò che i coglioni definiscono “nerd” ci sono due fumetterie da visitare: una si trova in Via Laietana (a due minuti dal negozio di numismatica) e si chiama Conti Nuara; l’altro invece si chiama Cosmic e si trova nei pressi del Mercat de La Boqueria. Il primo ha sia l’usato con volumi molto vecchi, sia manga e comics nuovi; per non parlare dei gadget e delle action figure. Il secondo è una normale fumetteria ma che è interessante da visitare per le esclusive spagnole (.)(.) più recenti e per gli spillati di testate che qui in Italia distribuiscono affiliate ad altre più famose (ad esempio la storia degli Inumani che loro hanno a parte con copertine fichissime). Se contrariamente a me che mi vesto come un barbone prossimo alla morte tenete all’abbigliamento allora è la vostra occasione: fiondatevi in un negozio della Desigual e svaligiatelo, considerando che i prodotti costano molto meno che in Italia. Allora bischeri, preparatevi psicologicamente a vedere il vostro portafoglio ripetutamente stuprato e non dai taccheggiatori. Infatti il prezzo medio del biglietto per entrare a visitare i luoghi più importati è di 18 euro, esclusa la Torre di Colombo la cui visita costa 4 euro. E’ una torre (grazie, Capitan Ovvio), che si trova vicino alla spiaggia all’inizio della Rambla; dalla cima si gode di un ottimo panorama. E’ bene che sappiate che la maggior parte degli spagnoli, che ci batte poco di testa quando si parla di storia, crede che Cristoforo Colombo fosse spagnolo, insomma un po’ come sostenere che Hitler fosse azteco.

Una delle maggiori attrazioni, e a mio avviso anche la più bella, è Casa Batllò. Salto le informazioni tecniche che possono essere facilmente reperite, ma va assolutamente esaltata l’estetica e a cosa essa è ispirata. Vetri, specchi, colori, giochi di luce, forme sinusoidali, mosaici; questa struttura è il simbolo della primavera, della fauna e della flora acquatico e ciò si riscontra facilmente nella facciata la quale sembra uno stagno rigoglioso nel pieno della primavera. Per me che sono flippato con con l’acqua tutto ciò mi eccita tanto quanto un video porno. Essendo inoltre simbolo del drago che San Giorgio uccide la facciata principale ha colonne che sembrano ossa e vetrate che somigliano a bocche, il corrimano della scala principale è modellato secondo la morfologia di una colonna vertebrale e il tetto è ricolmo di apparati piramidali ma smussati, un perfetto connubio, che ricordano le corna di un drago; visitando la casa è come se stessimo attraversando l’organismo di un mostro marino e ci si può accorgere di come Gaudì plasmasse le sue architetture dall’unione magica di natura, matematica, geometria e architettura. In mezzo ad un ambiente così immobile ed eterno, ricco di fauna e flora, la casa tende a suscitare nel visitatore non tanto l’impressione di un mostro marino o di un drago, quanto più quella di un geco o di un camaleonte. Per godersi questo posto sono necessarie tre cose: calma e tranquillità, serve tempo per vedere e studiare tutto; la guida, che rivela aspetti e dettagli che riescono a far vedere il “quadro” nella sua interezza; luce, tanta luce, per poter godere dei giochi di colori che le vetrate e le piastrelle delle pareti creano al variare dell’angolazione da cui vengono investite dai raggi del sole.

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Altra casa architettata da Gaudì è la Pedrera o Casa Milà. Tondeggiante e morbida nelle linee esterne, aguzza e piena di punte sulla sommità; l’interno mi ha lasciato un po’ deluso, forse perché mi aspettavo qualcosa di strepitoso come Casa Batllò; a parte i telai di porte e finestre che richiamano come prima la geometria di un nautilus, non vi è nulla che mi abbia lasciato a bocca aperta. Forse un pochino il sottotetto che ricorda lo scheletro di un serpente, poi null’altro. Il tetto invece è strepitoso grazie ad un percorso pieno di scale e gradinate, torri sinuose decorate da punte, comignoli con stesso motivo strutturale, archetti e passaggi che aiutano a far focalizzare i punti panoramici migliori… da quanto è intricato ma geometricamente perfetto potrebbero crearci una nuova mappa di COD. Anche in questo caso è necessaria luce per godersi al meglio la visita.

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Anche per la Sagrada Familia vi servirà tantissimo tempo e una bella giornata luminosa. Per visitarla tutta e per bene va via quasi una giornata intera ma ne vale la pena. L’esterno è diviso in quattro facciate, due delle quali ancora in costruzione; su una di esse sono state utilizzate come motivo ornamentale sculture di animali esotici, come serpenti, camaleonti, gechi, lucertole, ecc. La struttura è coronata da famiglie di torrioni di diversa altezza sulle cui sommità vi sono sculture di frutti. La facciata principale narra della nascita di Cristo ed è perciò decorata ovunque con personaggi biblici immersi nella vegetazione; è talmente piena che a primo impatto non si capisce bene su cosa si stia focalizzando l’attenzione. L’ingresso è affiancato da due colonne che poggiano su sculture di tartaruga. La facciata opposta narra la morte di Cristo ed è decorata sporadicamente da statue esili e spigolose. La bomba però resta l’interno: vetrate colorate addobbano tutta la chiesa, bianche coprono l’altare. Le candide colonne si ramificano tendendo al soffitto dando l’illusione di trovarsi in una foresta. Uno spettacolo straordinario che ho passato a fotografare per più della metà del tempo della visita. Ma la perfezione è anche a livello acustico: gli spalti destinati al coro sono sovrastati da arcate studiate apposta perché annullino del tutto il riverbero generato dal canto dei coristi. E’ anche possibile visitare le due torri momentaneamente più alte nelle quali vi sono terrazzi e fessure da cui si può osservare da vicino la struttura dei tetti, le altre torri e le decorazioni collocate più in alto.

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Un’altra giornata è necessaria per visitare Parc Güell, un parco (nuovamente grazie, Capitan Ovvio) abnorme che simboleggia il connubio tra civiltà e natura che ha come risultato un’architettura quasi primitiva. In perfetto stile con questo ambiente tribale c’era una signora dal cervello scarsamente evoluto che continuava a fotografare la propria borsa posizionandola sempre in posti diversi. I soliti giochi di forme e colori adornano parte delle strutture, ma molto meno rispetto agli altri luoghi concepiti da Gaudì. I sentieri tra gli alberi e i pappagalli che vi nidificano aiutano a rendere l’ambiente ancora più ancestrale. Dalla cima del parco si riesce a vedere tutta Barcellona.

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Un altro spazio verde da visitare è il Parco della Cittadella, che però noi siamo riusciti a vedere solo di sfuggita. E’ molto grande con molte cose da vedere, compreso l’airone incazzato che ha cominciato ad urlarci contro non appena ci siamo affacciati su di una fontana da un terrazzamento sotto il quale probabilmente aveva il nido.

Molto bello da visitare è Barri Gòtic, l’antico centro urbano di Barcellona, dove si trova la Cattedrale; abbiamo visitato anche la Basilica di Santa Maria del mar.

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Di chiese da vedere ce ne sono tante, noi abbiamo visitato quelle che ritenevamo più interessanti. Come già detto cinque giorni non bastano per vedere una città, quindi non siamo riusciti a visitare altri luoghi degni di nota, come il museo d’arte contemporanea, Montjuic, il palazzo reale e Torre Agbar; ci sono ancora tantissime altre cose da vedere che per pigrizia non scrivo.

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OSTACOLI

Passando alle cose brutte non posso non citare i cafonerrimi studenti italiani in gita. Non serve sentirli parlare, si riconoscono benissimo dall’abbigliamento assolutamente non sobrio… anzi, anche fossero nudi capireste comunque che sono italiani: basta osservare il loro comportamento, l’atteggiamento e i modi. Patetici, si comportano come se se ci fossero fila e fila di figa che li osserva e che quindi loro si debbano mettere in mostra… peccato che a guardarli ci sono solo io che li prendo per il culo. Per non parlare delle famiglie (sempre italiane) negli autobus, che hanno l’impellente bisogno di dirsi cose futili (es: MARIA, SCENDI IL CANE CHE LO PISCIO), quindi anche se separati da una folla di persone che non conoscono per soddisfare tale necessità cominciano ad urlare. Altro inghippo è la comunicazione con li iberici omi, che sanno di inglese tanto quanto mia nonna sa di meccanica quantistica. Uno di noi ha avuto problemi ad un occhio e si è recato in farmacia; solo per far capire alla farmacista che il problema era l’occhio gli ci sono voluti dieci minuti. E come non raccontare della turista in aeroporto che chiede ad un sorvegliante “Where’s the toilette?” e lui ciccionissimo che risponde “no spic inglisc”. Io boh, siete più disagiati di un gatto in tangenziale.

Non c’ho voglia di scrivere una conclusione, quindi ciao.

-IlGeco-

Zero in condotta – Jean Vigo

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TITOLO ORIGINALE: Zéro de conduite

ANNO: 1933

GENERE: Commedia, drammatico

DURATA: 41 min

REGISTA: Jean Vigo

PAESE DI PRODUZIONE: Francia

VOTO: 8.5/10

Per capire al meglio il perché di questo film non bi sogna tanto focalizzare l’attenzione sugli aspetti tecnici della pellicola, ma bisogna analizzare con cura e a fondo la vita del regista, tormentata durante l’infanzia e dedita alla critica delle istituzione durante la maturità.

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Vigo fu un regista cinematografico francese, nato a Parigi il 26 aprile 1905 e morto ivi il 5 ottobre 1934. Suo padre Eugène, un anarchico che si firmava Miguel Almereyda (il cognome è anagramma di Y a la merde), nell’agosto 1917, in una fase della Prima guerra mondiale molto critica per la Francia, fu incriminato per alto tradimento e imprigionato. Pochi giorni dopo venne trovato inspiegabilmente morto nella sua cella. L’infanzia di Vigo fu segnata da questa tragedia che lo destinò ad una esistenza da ribelle e da antigovernativo fin dagli anni del collegio, la cui soffocante atmosfera sarebbe stata in seguito da lui evocata in Zero in Condotta e nel quale gli viene contrapposta la furia libertaria della rivolta infantile, creando un vero poema sul mondo dell’infanzia costretto in collegi da una società di adulti che ha dimenticato di essere stata giovane.

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Zero in condotta, è un mediometraggio realizzato nel 1933 ma stroncato dalla censura come “film antifrancese”; perciò uscì nelle sale solo nel 1945. Girato in un solo mese, racconta la vicenda di alcuni studenti di un collegio, ribelli alle regole e al rigore dei sorveglianti, bramanti di una libertà che arriverà solo nell’ultimo fotogramma di questi eccezionali 41 minuti. Nel creare i suoi personaggi di adulti, Vigo parte dalla realtà, una realtà vista attraverso gli occhi di un bambino ribelle e offeso che, diventato uomo, si vendica con la satira. Zero in condotta infatti, oltre che un film divertente e quasi goliardico, è un’opera politica nel senso più anti-ideologico del termine, una beffa al potere attraverso la presa in giro delle istituzioni, come il rettore del collegio che è interpretato da un nano, un piccolo ometto anche più basso dei bambini del suo collegio.

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La rivolta finale, a parer mio la scena più bella, parte dal tetto dell’istituto, dall’alto! Dall’alto proprio perché i bambini, con la loro vivacità, creatività, spigliatezza e sincerità, si trovano moralmente più in alto di tutti gli omuncoli che venerano il rettore il quale è più omuncolo di tutti. Si nota ed è da elogiare la volontà di Vigo di sperimentare nuove tecniche cinematografiche, come ad esempio l’effetto d’interazione tra due scene tramite la tecnica del taglio, il disegno animato, l’effetto rallenty; per questo motivo Vigo va annoverato tra i registi migliori del suo tempo. Inoltre l’operatore alla macchina da presa è Boris Kauffman (fratello del celebre Dziga Vartov, regista, sceneggiatore e teorico del cinema sovietico famoso per l’impatto che le sue immagini hanno sul pubblico), scelto appositamente perché nonostante siano passati solo pochi anni dall’introduzione del sonoro, il regista sceglie ugualmente di usarne il meno possibile a causa delle estreme difficoltà che ancora si presentavano per la presa diretta, ottenendo così un racconto secco capace ancora di concentrare il proprio messaggio nelle immagini, creando così un film immortale.

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-TGirl-

Il blu è un colore caldo – Julie Maroh

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TITOLO ORIGINALE: Le bleu est une couleur chaud

PAESE: Francia

ANNO: 2010

N° PAGINE: 160

CASA EDITRICE: Rizzoli Lizard

PREZZO: 16 euro

ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO: La vita di Adele di  Abdellatif Kechiche

VOTO: 6.5/10

Avevo sentito molto parlare de “La Vita di Adele” e quando ho scoperto che il molto citato film veniva da un fumetto, mi sono fiondata a comprarlo.
Nonostante il disegno non sia dei migliori, le tavole sono una gioia per gli occhi: acquarelli stupendi, matite ben delineate, e soprattutto è eccezionale la scelta di adottare solo il colore blu per tutto quello che riguarda la vita passata delle due ragazze. Infatti la storia è descritta attraverso il colore e nella maggior parte delle tavole a prevalere è un senso di oppressione, paura e insicurezza trasmesso attraverso colori scuri, un tratto sporco e sbiadito. L’unica luce in tutta questa tristezza è proprio il colore blu. Ogni volta che compare, con lui giunge anche l’amore e la speranza.

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La storia non è lineare, inizia con la fine e ha al suo centro tutto lo svilupparsi della storia che ha come fine le pagine iniziali, è dunque un cerchio che inizia con un enorme flashback.
La cosa che mi piace di questa storia, è che non parla propriamente solo del rapporto tra le due ragazze (come invece fa il film), anzi, questo racconto è molto ben contestualizzato in una Francia che ha problemi ad accettare l’omosessualità, in degli amici che hanno solo dei pregiudizi, e di una famiglia che non accetta il “comportamento” della figlia.

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Nonostante questo, nonostante ci fossero le basi per fare finalmente un fumetto sul coming out, che parli della dura e triste verità che devono sopportare tutti gli adolescenti del mondo e soprattutto tutte quelle persone che non hanno un vero e proprio supporto da parte del mondo che li circonda, il fumetto mi ha deluso.
Mi ha deluso non per la fine (seppur prevista dall’incipit del romanzo), ma per come è stato sviluppato.
Chiunque si sia mai innamorato si riconoscerà nelle pagine di questa graphic novel, al di là del proprio orientamento sessuale: i dubbi, le indecisioni, la passione, le delusioni, la follia, le litigate, la riconciliazione, il piacere e il dolore sono tutti sentimenti che ognuno di noi prova e che la Maroh disegna benissimo, ma sono proprio queste sensazioni che hanno condizionato negativamente il mio giudizio. Non perché non le provi anche io, ma perché sono troppe romanzate, lacchate da cima a piedi, così tanto che sembrano confetti, come per esempio, la famosissima frase:
“Hai mai avuto vergogna di essere così?”
“Solo l’amore può salvare questo mondo. Perché dovrei vergognarmi di amare?”

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La cosa che mi ha disturbato principalmente è tutta l’immensa lentezza con cui si svolge la decisione di Clementine se accettare nella sua vita o no Emma. Finalmente quando capisce che sarà per sempre la donna della sua vita, commette uno sbaglio fatale che fa ricadere giù tutto quello che avevano costruito.

Complessivamente il romanzo mi è piaciuto ma se devo proprio esprime un giudizio, tutta la parte finale mi è sembrata un po’ banale e scontata, perché diciamocelo: se uno fa una cosa, la fa perché ne ha l’intenzione, non perché ha crisi esistenziali e agisce senza sapere le conseguenza.
Però nonostante questo, consiglio questo volume a tutti coloro che stanno cercando una storia d’amore complessa, travagliata e molto molto ragionata, cosa che probabilmente io non faccio, perché solitamente sono più impulsiva e istintiva.
Magari per cambiare opinione potrei rileggerlo tra un paio d’anni, poi vi dirò come è andata 😉

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-TGirl-

Frankenstein Junior – Mel Brooks

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TITOLO ORIGINALE: Frankenstein Junior

ANNO: 1974

GENERE: Comico, parodia

DURATA: 101 min

REGISTA: Mel Brooks

SOGGETTO:  Frankenstein di Mary Shelley

PAESE DI PRODUZIONE: USA

VOTO: 8/10

Campione d’incassi nel 1975, la pellicola è ispirata al racconto di Mary Shelley e ai celebri film in bianco e nero di quell’epoca; a “Frankenstein” di James Whale del 1931, al suo seguito “La moglie di Frankenstein” e in generale a tutte le altre pellicole dedicate alla creatura di Mary Shelley.

Iniziamo col dire che è pieno zeppo di citazioni e easter egg e ‘sta cosa a noi gente impallata che ci piace avere tutto sotto controllo, che osserviamo ogni minimo dettaglio e ci sentiamo fighi se qualcuno mette una citazione che il resto del mondo non capisce, piace, a partire dal fatto che è ambientato in Transilvania ma tutti parlano tedesco (riferimento all’originale Frankenstein di Mary Shelley).

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La fotografia e la resa dei colori è magistrale e considerate che è un film del 1974; negli anni ‘70 c’era già la ripresa a colori e soprattutto il cinema si stava evolvendo, ma Brooks no, lui sceglie il bianco e nero, e soprattutto sceglie di fare una parodia di tutti i film di Frankenstein fatti fino ad ora.
Nonostante sia utilizzata la tipica ripresa degli anni trenta, la fotografia è pulitissima, i colori sono netti e le inquadrature perfette rendono tutto il film particolarmente nostalgico, il tutto è architettato rifacendosi ai titoli storici degli anni ’30 e ’40, trasmettendo così ancor più la sensazione di trovarsi ad assistere ad un film letteralmente fuori dal tempo e destinato a essere ricordato per l’eternità.
Oltre alla regia, la maggior parte del lavoro lo fanno gli attori (proprio quel particolare che mi ha tenuto incollata alla tv da bambina), a partire dal protagonista, Gene Wilder, una perfetta macchina comica iperespressiva e dai due co-protagonisti: la buffa e spaesata Creatura (Peter Boyle), e soprattutto la figura di Igor (Marty Feldman), la cui immagine è nota a tutti, pure a coloro che ancora non hanno mai visto il film.

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E’ proprio dall’interazione tra regista e attori che nasce la comicità unica e intelligente che solo questo film possiede. Ad esempio noterete che la gobba di Igor cambia posizione durante il film più e più volte; a primo impatto potrebbe sembrare un errore (come tante altre particolarità potrebbero sembrare), ma sin dal primo cambio di posizione della malformazione vediamo che anche gli altri personaggi interagiscono con questo fatto palesando che dietro ciò ci sia la volontà del regista; ma è più corretto dire che ciò scaturisca da Marty Feldman, il quale durante le riprese spostava di sua iniziativa la gobba e ciò divertì talmente tanto Brooks che decise di inserire questo “errore” nel film.

Tutto ciò fa riflettere su come si sia evoluta la comicità nel tempo; al giorno d’oggi abbiamo o film comici-stupidi oppure commedie tragicomiche che fanno riflettere ma hanno anche un ricco bagaglio culturale su cui riflettere. Invece questo film è bello proprio perché intorno alla bassa comicità e alla battuta facile, c’è una rigorosa ricerca del dettaglio e soprattutto vuole sorprendere lo spettatore con tutta quella moltitudine, voluta o non voluta, di easter egg (se volete conoscerli tutti potete cercarli o sul sito ufficiale o su wikipedia).

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Mi ricordo anora quando i miei genitori riportarono la videocassetta a casa per imparare l’inglese tutti insieme appassionatamente. Io avevo poco più di 6 anni e mia sorella 4, quindi di inglese non ci capivamo niente; dato che i miei genitori non gradivano la sottile ironia presente nel film e perciò si alzarono dal divano bofonchiando “ma che è sta roba?”, ecco! E’ proprio quello il momento in cui quel film diventò mio.
Ripeto, da piccola non capivo nulla di inglese ma nonostante ciò guardavo e riguardavo il film per tutto il giorno non pensando nemmeno a quale potesse essere la trama, mi bastava la comicità che talmente ben fatta non necessita di parole per essere capita. Era anche lo stesso periodo nel quale ero impallatissima con Nightmare Before Christmas che con il suo stile molto lugubre mi affascinava ogni volta di più. Ritrovando tale stile dark anche in Frankenstein Junior è stato un automatismo che mi piacesse anch’esso seppur non capissi le parole.
Inoltre gli ampi movimenti, le urla, le risate, insomma la caratterizzazione e la caricatura dei personaggi, assolutamente adatte a stregare qualsiasi bambino, contribuirono ad aumentare il mio amore per questa pellicola.
Crescendo mi sono totalmente dimenticata dell’esistenza di FJ, fino al giorno in cui il mio professore di italiano e latino del liceo scrisse sulla lavagna: schwanzstucker.

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Li mi si accese una lampadina, mi sono passati davanti tutti quei pomeriggi passati davanti alla tv! Perciò decisi di rivedere il film, ma in italiano questa volta…BAM! Mi si aprì un mondo. Comprendendo per la prima volta i dialoghi riuscì, finalmente, a capire anche la trama e realizzai che era il film comico più bello che avessi mai visto. Non tanto per le battute (comunque divertentissime), ma più per il suo essere assurdo sotto ogni punto di vista.
Insomma se non avete mai visto questo film, vedetelo assolutamente e non con preconcetti o con la pretesa di estrapolare da esso una grande morale (eccetto tutta quella relativa al mito di Frankenstien), poiché il film non ha assolutamente questa pretesa, ma con la sola voglia di passare del tempo rilassandosi e divertendosi.

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-TGirl&IlGeco-