Detenuto in attesa di giudizio – Nanni Loy

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TITOLO ORIGINALE: Detenuto in attesa di giudizio

ANNO: 1971

GENERE: Drammatico

DURATA: 99 min

REGISTA: Nanni Loy

PAESE DI PRODUZIONE: Italia

VOTO: 8.5/10

Fu uno dei pochi ruoli drammatici per Alberto Sordi, che l’anno seguente gli valse l’Orso d’argento al Festival di Berlino. L’ispirazione per il film venne allo stesso Sordi quando lesse il libro “Operazione Montecristo” scritto in carcere da Lelio Luttazzi.

Con la sua innata capacità di radiografare da molteplici punti di vista la società italiana, Nanni Loy firma una pellicola d’autore puntando il dito sui meccanismi ingolfati del sistema detentivo e sui burocrati privi di zelo e disciplina. Il suo film si può considerare il capostipite illustre di molti drammi carcerari emersi dal malcontento di molti registi d’oltreoceano, facendo dunque da esempio a un filone di successo del cinema hollywoodiano. “Detenuto in attesa di giudizio” non sconvolge né per la violenza né per situazioni particolari, bensì per l’azione profondamente depauperante che l’errore umano conduce verso l’innocente di turno, uno straordinario Alberto Sordi nella parte di Giuseppe Di Noi.

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L’incubo vissuto dal geometra inizia senza spiegazioni, in un clima sereno, e degenera facendo sprofondare l’individuo negli abissi dell’inaspettato, all’ombra della verità e del chiarimento. Intorno al protagonista si edificano muri e sbarre che lo emarginano dalla massa sociale e lo relegano in un mondo criminale al quale egli risulta da subito estraneo.

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L’ambiente si chiude in una sorta di sepoltura claustrofobica determinata da celle strette, rimproveri verbali e minacce gratuite, in un pieno senso di smarrimento continuo che non fa che accanirsi sul povero malcapitato.

Oltre la fotografia a colori, sempre molto scura, abbiamo una struggente colonna sonora che accompagna con tonalità cupa la discesa negli inferi del protagonista; Loy infatti, con piglio da documentarista, cattura immagini rapide, mosse e ispirate a un crudo realismo.

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Il film è un crescendo di orrore, sottolineato da una musica gelida, che porta il regista a calcare la mano sul grottesco, ma la denuncia risulta efficace senza far perdere spettacolarità al film.

Buona visione.

-T-girl-

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Utopia

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  1. N.volumi: 6 (completa)/volume unico
  2. Genere: genere supereroistico
  3. Temi: razzismo, conquista dell’indipendenza
  4. Prezzo: 18,00 euro
  5. Voto: 7.5/10
  6. Disegni:
    • Marc Silvestri
    • Terry Dodson
    • luke Ross
    • Mike Deodato Jr.
  7. Testi: Matt Fraction

Utopia è uno degli eventi Marvel contemporaneo al dominio di Norman Osborn sugli Stati Uniti, e riprende il filo narrativo dal punto in cui si è interrotto Dark Reign.

Questo volume narra la storia dei vari X-Man e ci mostra chi di essi si è schierato con Osborn e chi invece gli si è opposto.
Tema principale e pilastro su cui si basano tutti gli avvenimenti è il razzismo e l’odio dei cittadini americani nei confronti dei mutanti, sentimenti fomentati non solo dalla paura per questa razza superiore che sono i mutanti, ma anche da Osborn stesso.

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Importantissimo è il ruolo che svolgono i media: con la costante presenza dei giornalisti e delle telecamere le varie fazioni in gioco sono costrette a calibrare le loro azioni e le loro dichiarazioni per evitare di inimicarsi il popolo, al quale gli X-Man desiderano apparire tutto tranne che una minaccia e Osborn come un saggio monarca, eletto dal popolo, che cerca sempre di prendere decisioni equilibrate per entrambe le parti.

Inizialmente si hanno tre fazione:
1) Ciclope e gli X-Man
2) Simon Trusk e i cortei di americani ostili verso i mutanti
3) Osborn e il suo team degli Oscuri Vendicatori

Mentre X-Man e cittadini se le danno Osborn continua la sua farsa di uomo giusto e dovendo frenare gli scontri coglie l’occasione per imporre restrizioni che in realtà servono solo a consolidare il suo regime dittatoriale.
Da subito vediamo Ciclope e i suoi incassare soltanto, sembrando incapaci di reagire a tutte le sconsiderate decisioni che Osborn prende contro di loro ma che, come già detto, camuffa come atti necessari per garantire la sicurezza.
Durante una sommossa viene arrestato (ingiustamente), Hank Mccoy, ossia Bestia, che viene preso in custodia dall’H.M.M.E.R. (l’agenzia fondata da Osborn in sostituzione allo S.H.I.E.L.D.).
Inoltre Osborn è effettivamente molto avvantaggiato avendo l’aiuto di Bestia Nera (un Hank Mccoy malvagio di una realtà alternativa), e avendo in custodia il vero Charles Xavier… allora chi è il Professor X che appare nei talk show e che concorda pubblicamente con le decisione del folle dittatore? Leggete e scopritelo!
Quando si scopre che Trask, avendo messo in serio pericolo la vita di tantissimi cittadini e avendo causato ingenti danni alle città, è un pazzo fomentatore di folle… e non solo, Osborn, da bravo stratega, sfodera l’arma con cui eliminare Trusk e mettere in cattiva luce Ciclope e i suoi: un gruppo di mutanti criminali e reietti, gli Oscuri X-Man; naturalmente tutto ciò serve a mostrare ai cittadini che Ciclope è il cattivo, che esistono dei mutanti giusti che servono lo stato.Humanity_Now
Ma nemmeno Ciclope è uno stupido, anzi! Sicuramente è uno stratega migliore di Osborn e quindi dice basta alla difensiva (voluta da lui per evitare che si venissero a creare scandali che coinvogessero mutanti), e passa all’attacco.
Grazie a lui infatti si verificano una serie di intrighi che portano allo sfaldamento degli Oscuri X-Man, e si viene a creare un’alleanza inaspettata tra Ciclope e Wolverine e i rispettivi compagni.
Si giunge infine ad uno scontro, già previsto e ben studiato nella mente di Ciclope, tra gli X-Man e gli Oscuri Vendicatori.
A spuntarla sono i mutanti che, pur non essendo così riusciti a togliere ad Osborn il potere, proclamano la loro indipendenza e la loro sincera volontà di pace con gli umani.

37Sento infine di dover spuntare una lancia in favore di Ciclope, che, pur essendomi veramente antipatico, in questo volume ha dimostrato di essere non solo il genio militare che gli appassionati lettori conoscono, ma anche di saper reprimere l’odio e la ferocia che in genere ha manifestato contro gli umani dopo l’evento Scisma. Si è dimostrato un vero leader capace di guidare il proprio seguito senza farsi influenzare da sentimenti che avrebbero portato probabilmente il suo popolo in rovina.
A fine volume è raccontato come Osborn sia riuscito a contattare e convincere ad unirsi a lui i membri degli Oscuri X-Man; spaccato molto carino e interessante che rivela quanto Osborn in realtà sia solo: nessuno si è unito a lui per mero interesse ideologico (tutti gli hanno dato del pazzo e hanno desiderato ucciderlo), ma solo in vista di promesse di aiuti che avrebbero portato a soddisfare i desideri di ciascuno di loro.

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-IlGeco-

Il paziente inglese – Anthony Minghella

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TITOLO ORIGINALE: The English Patient

ANNO: 1996

GENERE: Drammatico, sentimentale

DURATA: 161 min

REGISTA: Anthony Minghella

PAESE DI PRODUZIONE: USA/Gran Bretagna

VOTO: 7/10

Il paziente inglese è un film del 1996, diretto dal regista inglese Anthony Minghella ed interpretato da Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Willem Dafoe. è una delle pellicole più premiate della storia, con 9 Oscar, 2 Golden Globe e 6 premi BAFTA.

Girata in gran parte nel deserto tunisino e in Italia, questa versione cinematografica dell’omonimo romanzo di un autore canadese di origine cingalese si caratterizza come un tentativo, in parte riuscito, di interpretare in una sorta di cosmopolitismo bellico, anche se in salsa very british, l’accavallarsi di vicende emotive e sentimentali di personalità molto diverse fra loro, ugualmente messe alla prova dalle condizioni estreme generate dal contesto in cui si muovono: il secondo conflitto mondiale in alcuni dei suoi aspetti laterali quali lo spionaggio per lo più doppiogiochista, la rilevazione dei territori, l’arte semiesoterica dello sminamento e l’assistenza infermieristica.

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Il film si articola come una continua interazione fra coppie di opposti: il deserto, puro e mutevole perché plasmato dal vento, e la Toscana tanto cara agli anglosassoni, immutabile e statuaria nei suoi paesaggi e negli affreschi dei conventi, ancorché contaminata dalle mine tedesche; l’infermiera e lo sminatore, anime belle ed ingenue fatte per tentare invano di amarsi, ed il conte e la spia, contorti e, alla fine, corrotti nel corpo e nell’anima, costretti dagli eventi a odiarsi anche per via del loro modo equivoco di contrapporsi all’orco nazista. E poi l’aviazione eroica, le pitture rupestri, la morfina, Erodoto… tanta roba, forse troppa. Parafrasando un vecchio comico della TV: con tutta quella roba lì, al mio paese di film ne fanno tre.5a5faf82974e25f5b52bd3d33b7d3365

O forse vale l’opposto: è un film ad immagine di tre paesi, l’Inghilterra, l’Italia e il Canada. Canadesi sono l’autore del romanzo d’origine, alcuni dei protagonisti (tra i quali l’infermiera interpretata da Juliette Binoche, pluripremiata per la sua interpretazione) e forse la stessa atmosfera, intessuta di duplicità, dell’intera storia, che ricorda la doppia anima degli abitanti di quel paese, un po’ britannici, un po’ francesi.

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L’Italia, paese d’origine degli avi di Minghella, è celebrata dal paesaggio e dalla struttura che ricovera i protagonisti e, assieme ai propri, stimola ed evoca i loro ricordi; l’Inghilterra, con la sua Società Geografica, le sue maniere cerimoniose, l’à plomb proverbiale ed il suo pragmatismo spesso spinto ai limiti del cinismo. Insomma, tante chiavi di lettura (e non provo neanche ad enumerare le citazioni cinematografiche, da Lawrence d’Arabia a Indiana Jones) per un’opera che, a sua volta, ne racchiude tante e costituisce comunque un lodevole tentativo di non sfigurare di fronte alle proprie, cospicue ambizioni.

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Buona visione.

-T-girl-

Trainspotting – Danny Boyle

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TITOLO ORIGINALE: Trainspotting
ANNO: 1996
GENERE: Drammatico
DURATA: 94 min
REGISTA: Danny Boyle
PAESE DI PRODUZIONE: Gran Bretagna
VOTO: 10+/10

Trainspotting è un film del 1996 diretto dall’inglese Danny Boyle e tratto dal romanzo omonimo dello scrittore scozzese Irvine Welsh.

“[…] io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza. […]” (Deuteronomio, 30:19). Questo passo dell’Antico Testamento, estratto da uno dei discorsi di Mosè al popolo d’Israele, sotto la dettatura dell’Altissimo in persona, è verosimilmente la matrice del “choose life” che rappresenta la morale, prima ripudiata e poi abbracciata con le dovute cautele, enunciata dal protagonista del film agli spettatori attraverso la sua stessa voce narrante (scelta, questa, che rimanda alla celebre Arancia meccanica kubrickiana, opera della quale il regista non fa certo mistero di essere debitore).

Antropologicamente parlando, risulta particolarmente educativa una breve ricerca in rete sulla base di questa minifrase, che riporta a siti prevalentemente britannici e australiani devoluti alla prevenzione dei suicidi, mentre negli Stati Uniti richiama esclusivamente associazioni antiabortiste, per lo più cattoliche. Alla base di ciò vi è probabilmente una differente percezione del cosiddetto disagio giovanile che è argomento della nostra pellicola e che va, dunque, subito ben situato: siamo ad Edimburgo, a metà degli anni novanta, in pieno post-thatcherismo caratterizzato da ripresa economica forte ma lento rientro dalla bolla di disoccupazione che ha caratterizzato il triplice mandato della famigerata Iron Lady. In tutta Europa il mercato dell’eroina raggiunge la sua massima crescita, mentre la mortalità per AIDS comincia appena a calare a fronte di un regolare aumento della diffusione, soprattutto fra i tossicodipendenti.86cbee591db0b1dc2cee37a97236db05

In questo contesto, il gruppo di amici che il regista pone costantemente sotto i riflettori raccoglie storie di ordinaria devianza perfettamente armonizzate tra loro, fra le quali quella del protagonista interpreta alla lettera il passo biblico: a differenza degli altri, lui avrà il coraggio di scegliere la vita, non prima, però, di aver sperimentato tutte le “maledizioni” in cui incorrono coloro che indugiano nel dilemma o che scelgono altrimenti. Gioverà notare che il dettaglio e l’assoluta pertinenza delle situazioni e dei sintomi presentati dai caratteri della pellicola si debbono principalmente alla capacità avuta dall’autore del romanzo, da cui è piuttosto fedelmente tratta la sceneggiatura, di ritrarre le più minute fasi della propria vicenda personale di immersione e riemersione dalla palude della tossicodipendenza.

Ho dato 10+ a questo film perché questo è un film che ha fatto la storia e ci resterà per sempre. Questo è un film sulla storia di quattro disadattati in Scozia che si muovono tra eroina, alcool, spazzatura, rapine, aghi nelle vene e cessi luridi e nonostante questo è un Capolavoro con la c maiuscola ma perché? Cos’ha di speciale?

Tutto. 2250a4f356eaaab708e9e62d178a428f

A partire dalla regia  di Boyle, magistrale, fatta con inquadrature anticonvenzionali (per esempio la telecamera poggiata a terra su un fianco), movimentate e piene di riferimenti a foto o film del passato : un’ immagine richiama l’ attraversamento della strada dei Beatles in Abbey Road, un’altra una scena da “Arancia Meccanica”, la scena del water è tratta da un brano del libro di Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità (in cui il protagonista del romanzo si immerge nel gabinetto di un bar per recuperare la fisarmonica perduta imbattendosi in varie tipologie di escrementi). 56af618a0469b63e3a3812740e23706b

Oltre alla regia un’altra cosa che si nota subito è la colonna sonora, assolutamente ipnotizzante, nel film non c’è un minuto di silenzio, il soundtrack si fa personaggio di un mondo estraneo dove tutto sta cambiando, la gente, il lavoro, la droga e la musica stessa.

Inoltre Al contrario di quanto si può credere il film non denuncia né tantomeno prende posizioni moralistiche nei confronti del mondo della droga e forse è proprio questo a renderlo unico e speciale.

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Preparate gli stomaci, dunque, e non distogliete lo sguardo dalle scene più crude, se non volete annacquare l’esperienza filmica in un carosello di aneddoti socioculturali storicamente isolati. Il film è più attuale che mai, purtroppo.

Concludo citando il monologo iniziale che è tra i più belli in assoluto della storia del cinema:

“Scegliete la vita. Scegliete un lavoro. Scegliete una carriera. Scegliete la famiglia. Scegliete un maxitelevisore del cazzo. Scegliete lavatrici, macchine, lettori cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita. Scegliete un mutuo a interessi fissi. Scegliete una prima casa. Scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valige in tinta. Scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo. Scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le quoie in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete un futuro. Scegliete la vita! Ma perchè dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? La gente pensa che si tratti di miseria, disperazione, morte e merdate del genere, che pure non vanno ignorate. Ma quello che la gente dimentica è quanto sia piacevole. Sennò noi non lo faremmo. In fondo non siamo mica stupidi, almeno non fino a questo punto, e che cazzo! Prendete l’orgasmo più forte che avete provato, moltiplicatelo per mille: neanche allora ci sarete vicini. Quando ti buchi hai una sola preoccupazione: farti. E quando non ti buchi di colpo devi preoccuparti di tutto un sacco di cazzate. Non hai i soldi, non puoi sbronzarti. Hai i soldi, bevi troppo. Non hai una passera, non scopi mai. Hai una passera, rompe le palle. Devi pensare alle bollette, al mangiare, a qualche squadra di calcio di merda che non vince mai, ai rapporti umani e a tutte quelle cose che non contano quando hai una sincera e onesta tossicodipendenza”.

Buona visione.

-T-girl-

La Mala Educación – Pedro Almodóvar

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TITOLO ORIGINALE: La mala educación
ANNO: 2004
GENERE: Drammatico
DURATA: 106 min
REGISTA: Pedro Almodóvar 
PAESE DI PRODUZIONE: Spagna
VOTO: 9/10

La mala educación è un film del 2004 diretto da Pedro Almodóvar, presentato fuori concorso come film d’apertura al 57º Festival di Cannes.

Presentata come l’ennesima opera-scandalo del regista spagnolo, “La Mala Educación” non sembra, in realtà, avere per obiettivo un attacco diretto alla Chiesa ma semplicemente quello di rappresentare i molteplici volti che può avere un sentimento intenso ed irrazionale quale è la passione.

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Con degli strepitosi titoli di testa profondamente classici che ricordano il miglior Hitchcock, inizia La Mala Educaciòn, provocatoria e malinconica opera di Pedro Almodòvar. Questo film è la brutale e cinica storia di quattro personaggi dalle doppie identità e dal passato angosciante che si ritrovano e si perdono, si confondono e trasformano, fino a cambiare per sempre le loro solitarie vite.

Gael Garcia Bernad è il protagonista eclettico dell’opera, interprete di tre personaggi diversi. Se ne “I diari della motocicletta” si era già distinto per la freschezza e la tenerezza con cui aveva interpretato Ernesto Guevara, ne “La Mala Educación” è riuscito a superarsi calandosi perfettamente nel ruolo di “enfant terribile” che è, al contempo, una “femme fatale”, capace di portare alla perdizione tutti coloro con cui entra in contatto; ciò che maggiormente sorprende, forse, è proprio questa sua incredibile capacità di “diventare donna” senza, però, risultare grottesco e sopra le righe. Ma tutto il film è sorretto da un cast di prim’ordine, come del resto accade in tutte le opere di Almodòvar (anche se qui, al contrario di “Tutto su mia madre”, l’universo è maschile e al contrario del doloroso “Parla con lei”, aspro).

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Non bisogna dimenticare che il regista di questa pellicola risponde al nome di Pedro Almodóvar: con il solito spirito di provocazione che lo contraddistingue, egli ha scritto la sceneggiatura partendo dai suoi stessi ricordi, non solo quelli del periodo in collegio, ma anche e soprattutto dei primi anni di democrazia spagnola, quando si è iniziato a respirare una certa aria di libertà ed è stato possibile divenire padroni della propria vita e del proprio destino.

Buona visione.

-T-girl-

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno – Jon Avnet

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TITOLO ORIGINALE: Fried Green Tomatoes
ANNO: 1991
GENERE: Drammatico
DURATA: 130 minuti
REGISTA: Jon Avnet
PAESE DI PRODUZIONE: USA
VOTO: 8/10

TRAMA:

Basato sull’omonimo racconto di Fannie Flagg, questo film racconta la storia di quattro donne: Idgie (Mary Stuart Masterson), Ruth (Mary Louise Parker), Ninny (Jessica Tandy, Oscar per “A spasso con Daisy”) e Evelyn (Kathy Bates, Oscar per “Misery non deve morire”).

Ninny ormai vecchia, seduta nella veranda dell’ ospizio racconta ad Evelyn la storia della vita di Idgie e Ruth, due donne del sud, che gestivano il Whistle Stop Café. Col passare delle settimane Evelyn, grazie ai racconti dell’anziana, la sua unica vera amica, ha il coraggio di affrontare quello che non va nella sua vita salvando il suo matrimonio e mostrando una nuova grinta, come quella di Ruth e Idgie tanti anni fa.

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COMMENTO:

Nel profondo sud razzista e maschilista degli anni trenta, anno in cui vivono le due giovani donne Idgie e Ruth, non solo non è facile esseri neri, ma nemmeno essere donne. L’amicizia tra Idgy e Ruth, infatti, si consolida sulla base della necessità di fronteggiare un mondo ostile che preme minaccioso all’esterno del locale che gestiscono. Contrariamente al romanzo, il regista-sceneggiatore Avnet non ha avuto il coraggio di esplicitare nel film il rapporto omosessuale tra le due donne, ma pur non essendo approfondita l’amicizia tra le due donne, il film è un capolavoro che tutti dovrebbero vedere almeno una volta.

La forza della emozioni di queste quattro donne straordinarie riuscirà a cambiare la loro e la vostra vita e a commuovere chiunque abbia il piacere di vedere questo film.

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Perciò vi lascio con: quattro donne, quattro storie e due generazioni a confronto.

-T-girl-